EDMONDO DE AMICIS.
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Cinematografo cerebrale.
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A cura di: Biagio Prezioso.
1995. Roma, Salerno.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Alyssa Violle e Ruggero Volpes per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice dei racconti.
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1. Cinematografo cerebrale.
2. Complimenti e convenevoli.
3. La faccia.
4. Fra due mosche.
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Fine indice.
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1. Cinematografo cerebrale.
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Il Cavaliere (come lo chiamavano in casa le persone di servizio) accompagn fino alluscio la moglie e le figliuole, che andavano al teatro, poi rientr nella sala da desinare, sadagi sur una poltrona davanti al camino, incroci le mani sul petto, e pens: Come far ad ammazzare queste tre ore?.
Da molti anni non gli era pi accaduto di dover risolvere una difficolt di quella natura. Il lavoro dellufficio, le faccende di casa, le cure maritali e paterne e gli amici e i giornali gli avevano sempre occupata la giornata cos pienamente chegli non si ricordava dessere stato mai unora, come si suol dire, solo con s stesso, e non sapeva perci che cosa fosse il pensare per pensare, senza uno scopo determinato, e tanto meno lanalizzare i propri pensieri, il fare spettacolo della propria mente a s medesima. I giornali, quella sera, li aveva gi scorsi, di legger libri non aveva labitudine, e il sonno non gli veniva che verso la mezzanotte. Pens dunque che il miglior modo di passar quelle tre ore fosse quello di non pensare a niente.
E ci si prov subito, non dubitando della facilit di riuscirvi.
Ma riconobbe ben presto che il non pensare non era possibile fuorch scacciando lun dopo laltro tutti i pensieri confusi che gli si presentavano; alcuni dei quali resistevano, come importuni che volessero esser ricevuti a ogni costo; e che questa era una maggior fatica mentale di quella chegli voleva scansare. E allora pens che gli conveniva meglio pensare a qualche cosa.
Fissiamoci disse tra s in un pensiero piacevole, e il tempo passer rapidamente. E si fiss nel pensiero del pranzo di Natale, a cui invitava ogni anno parenti e amici. Ma quasi subito altri pensieri non piacevoli si frammischiarono a quello: la morte di un commensale dellanno scorso, un amico che non poteva pi invitare perch gli aveva fatto un brutto tiro, la cuoca che si sarebbe ubriacata, come soleva a tutte le feste di famiglia.
Cerc di raccogliersi in altri pensieri lieti: gli segu lo stesso: ciascun di quelli, dopo un poco, si sviava, si confondeva con altri, figliati da lui, od estranei, di tuttaltra natura, che di dolce lo rendevano insipido o amaro.
Gi, pens scrollando il capo: bisognerebbe che la mente fosse come una casa di cui potessimo chiudere le porte e le finestre per trattenerci non disturbati con chi ci piace; e invece  una casa aperta da ogni parte, senza battenti e senza imposte, come un edifizio non finito, dove entra chi vuole. Questo  il busillis.
E stette un po pensando su quel busillis.
A un tratto comparve a una di quelle finestre il viso dun suo antico compagno di collegio, che lo meravigli, poich da lunghissimo tempo, da ventanni forse, egli non ci aveva pi pensato. Per tutto quel tempo era rimasto sommerso, come annullato nella sua mente. O in che modo era risorto? E come quello, chi sa quante altre persone e cose e fatti erano sepolti nella sua memoria. C dunque un cimitero nella nostra testa, pens. Quando ricorriamo col pensiero la nostra vita, e crediamo di ricorrerla intera, ne ricordiamo una parte soltanto: unaltra parte, e chi sa quanta,  scomparsa, perduta, come se non lavessimo vissuta: una parte di noi  gi morta! E, cosa strana, di quel viso risuscitato egli non vedeva che la fronte, gli occhi e il naso; la parte inferiore mancava come in una maschera lacerata. Si mise a cercarla; si stanc inutilmente in quello sforzo, e tir uno sbadiglio sonoro. Quel suono termin al suo orecchio in una nota da cui, quasi spontaneamente, gli si svolse nel capo il motivo della Marsigliese, ed egli vide intorno a s uomini feriti, sangue, picche buttate a terra, e lontano moltitudini urlanti, generali impennacchiati, reggimenti che passavano sur un orizzonte oscuro, flagellati dalla pioggia, fra i lampi. E dopo un momento sent una voce, come duna persona seduta accanto a lui, che gli domand: E se avessero ragione i socialisti?.
Aveva altre volte fatta a s quella domanda. Gi, e se avessero ragione i socialisti? ripet, e alzando gli occhi vide la faccia zazzeruta e barbuta di Carlo Marx sopra il pendolo del caminetto. Ma dallinquietudine che gli soleva dare quel pensiero lo distrasse subito limmagine del bel fianco duna operaia chegli aveva osservato anni addietro in un corteo popolare del Primo Maggio, e di cui aveva seguito con locchio il movimento grazioso e procace fin che era scomparso a una cantonata. Si richiam alla mente il viso delloperaia, che aveva veduto di sfuggita, e in quello, con sua sorpresa, ritrov la parte inferiore del viso del suo compagno di collegio. Strano! pens. Eppure non si somigliano. Ripens al compagno: un buon figliuolo, che si rodeva le unghie tutto il giorno: ed egli rivide, come in una mano che gli passasse davanti agli occhi, una di quelle unghie mezze mangiate. Ma dietro a quello gliene comparve un altro, dagli occhi loschi, del quale scacciava sempre limmagine perch gli ricordava una triste figura chegli aveva fatta per cagion sua. La scacci anche allora. Ma quella ritorn. Per liberarsene, pens al suo ufficio: ci vide in un angolo quella faccia. Pens a unopera in musica che aveva sentito mesi avanti: cera quel brutto muso sul palco scenico. Corse col pensiero allArsenale della Spezia, nella basilica di San Pietro, in mezzo a un ghiacciaio delle Alpi che aveva attraversato da giovane: in ogni luogo vide scintillare quegli occhi loschi. Ne ebbe dispetto, e quasi sgomento. Si ricord duna formica che un giorno aveva visto correre disperatamente qua e l, rimbuccarsi, uscir dalla buca, rinascondersi e ricomparire con una formica pi piccola sempre attaccata alla testa che pareva non le dovesse dar requie mai pi. Non si sarebbe pi liberato da quellimmagine odiosa? Era forse quello il principio di una fissazione che lavrebbe fatto ammattire? A che pensare per liberarsene?
Si chin, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e si mise a osservare le ceneri del caminetto. A poco a poco in quel breve spazio egli vide montagne, valli, pianure, la faccia dun mondo arso, dove non restava pi traccia di vita. E quello spettacolo di desolazione dandogli tristezza, volle pensare a un paese abitato e florido, ma lontano, in cui il suo pensiero non fosse turbato da alcuna immagine del mondo dovegli viveva. Scegliamo disse tra s. E pens la Bolivia. Perch la Bolivia? Non sapeva nulla di quel paese, eccetto che era nellAmerica. Perch aveva scelto quello e non un altro? Un perch ci era senza dubbio: qualche legame nascosto con le cose che pensava prima. Quello, e non un altro, gli si doveva presentare alla mente. Dunque non aveva scelto. Dunque egli non pensava a quello che voleva; ma a quelle cose a cui era condotto a pensare. Che cosera quindi la spontaneit, la libert del pensiero? Che cosa la volont? E che era lui se non una macchina pensante, che si moveva secondo che i suoi congegni volevano, e di cui egli non era che spettatore? E mentre faceva queste riflessioni, nella mente che gli si cominciava a confondere gli suon distintamente un nome: Alcibiade!. Ripet meravigliato: Alcibiade!.
Questo nome gli era come uscito da un ripostiglio della memoria improvvisamente aperto; ma non aperto da lui. Alcibiade! Un granduomo, un greco, chegli conosceva poco: un personaggio del mondo scolastico. E fra i ricordi che subito gli si ridestarono dei primi anni del Ginnasio  visi, banchi, libri, la cameretta dovegli studiava  vide una sua cuginetta bionda, e riebbe la sensazione della prima volta chegli aveva tenuta stretta la mano di lei, dietro il cuscino dun sof, su cui fingevano di giocare in presenza dei parenti: una sensazione sconosciuta, vivissima, dolcissima, un rimescolamento profondo di tutto lessere, come il principio duna nuova vita. E si ricord daver ricordato unaltra volta cos tutta un tratto e riprovato quella sensazione molti anni addietro in una via erbosa e solitaria della citt di Ferrara, dovera stato di passaggio.
Ferrara! Il nome dun suo collega dufficio di quando era a Firenze: un caro buontempone, con un naso enorme, che aveva un ciuffetto di peli sulla punta. E vide la stanza della trattoria dove desinavano insieme, e il neo che aveva sul mento la figliuola del trattore. Che stranezza! Quel neo lo fece pensare a una macchietta nera chegli aveva visto in un piatto quella mattina a colazione, e quel piatto al piattino che teneva il suo giornalaio davanti al finestrino del chiosco, dove i compratori mettevano i soldi. Una curiosa faccia buffa di vecchio satiro quel giornalaio! Ci fiss il pensiero, ed ebbe unillusione singolarissima. Sent nel viso proprio la forma di quel viso, e la sent in modo da parergli che se in quel punto egli si fosse specchiato avrebbe visto nello specchio il giornalaio ridente con quella gran bocca squarciata, come soleva ridere; e come egli aveva visto ridere cento visi, anni avanti, alla stazione di Roma, per una oscenit irresistibilmente comica detta da un operaio affacciato a uno sportello del treno che partiva per Frascati.
Questultimo ricordo aperse nella sua mente una btola, da cui salt fuori la sua cameriera  una fresca ragazza tutta curvilinea  che in presenza di sua moglie egli non guardava mai; e gli apparve non pi vestita che la Venere dei Medici, con un par docchi indiavolati. Egli si lasci andare a poco a poco e si chiuse in unimmaginazione, dalla quale si riscosse poi bruscamente come un uomo colto in flagrante delitto, e pensando a sua moglie, si guard intorno con occhio inquieto. Ma per quale concatenamento didee egli era venuto a quella dal ricordo gentile e poetico della sua cuginetta? Cerc, risal col pensiero fino al giornalaio; ma l sarrest. Sentiva in certo modo nella sua mente la traccia lasciatavi dallidea precedente; ma quale fosse questa non ricordava. Cerchiamo ancora disse. Ma come cercare? Da che parte volgersi? Si trovava nelloscurit, davanti a un vuoto. E poi... e perch cercare? Poteva un uomo ragionevole perdersi in simili vanit? Era la prima volta che il suo pensiero vaneggiava a quel modo. Che gli seguiva dunque? Ridiventava fanciullo? Si vergogn. Volt il pensiero a cose serie. Pens a una villa, un piccolo paradiso, che egli e sua moglie avrebbero voluto comprare; ma non potevano. Se avesse avuto centomila lire! Immagin di trovarle, per caso; di guadagnarle a una lotteria; dereditarle da un parente. Poi domand a s stesso se, potendole prendere ad altri con la certezza assoluta che non lo risapesse nessuno, le avrebbe prese. Si vide aperta dinanzi una cassa forte. Lott un poco con la sua coscienza. Rub. Rimase male. Non era dunque un galantuomo?
E pens: Ma che cosa son dunque questi pensieri bambineschi, pazzi, vergognosi, che non son nostri, che la nostra coscienza riprova, e che scopriamo improvvisamente in noi come malfattori rimpiattati nella nostra casa? Che cosa  dunque anche la testa dun uomo onesto se ci possono nascere mille immaginazioni scellerate, turpi, mostruose, che ci vergogneremmo di confessare allamico pi fidato e pi indulgente?. Poco dopo scroll una spalla, e disse fra s: Non ci abbiamo colpa, insomma; non pi colpa che nelle parole immonde e nei propositi malvagi che sentiamo qualche volta per la strada dalla bocca della gente che passa. Gli rest un dubbio non di meno, che gli richiam alla mente una frase letta: Lhomme est incomprhensible ds quon veut connatre dans ses plus lgres penses. Stup e si compiacque di questa reminiscenza. Ma dove mai aveva letto quella frase?
Cercando dove, ebbe nella mente una confusione improvvisa: poi vide intorno a s alberi strani, liane sospese sopra il suo capo, una vegetazione intricata di foresta vergine; si sent le braccia nude e, guardandole, se le trov tatuate dalle spalle ai polsi, disegnate e dipinte dogni specie di rabeschi e di colori, in cui predominavano il rosso e il turchino. Mentre si toccava, si scosse, e saccorse che sera per pochi momenti assopito. La visione era stata cos viva e netta chegli avrebbe potuto dire dallora in poi daver visto coi propri occhi un selvaggio tatuato in quella maniera. E perch no? Altre cose diceva bene daver viste, e anche fatte, e non era vero. Si ricord duna grossa bugia detta in certa occasione, che era stata scoperta, con sua grande vergogna. E quella vergogna lo riprese cos forte in quel punto chegli si sent salire il sangue fino alle orecchie. O perch mai, se tante altre volte se lera ricordata con indifferenza? Quella gliene richiam altre al pensiero: menzogne, atti di vanit, piccole vilt, piccole azioni malvagie: e nebbe unamarezza, che gli diede una sensazione di malessere fisico, come dun turbamento nella circolazione del sangue. Che cosera quel sentimento? Rimorso? E che era il rimorso? Non poteva essere che timore. Timore di chi? Non degli uomini, che quei suoi atti ignoravano, o li avevan dimenticati o perdonati. Dun Giudice supremo, dunque, di Dio. Ma perch quel timore non aveva sentito nel commettere quegli atti? Se nel commetterli, non aveva pensato a Lui, non laveva offeso, come non  ribelle a una legge chi la viola ignorandola. E poi offender Dio!. Che significa? Non c colpa se non c intenzione. Facciamo noi mai qualche cosa per offender Dio? E daltra parte... egli non credeva. Ma non rest soddisfatto del suo ragionamento. In qualche modo avrebbe voluto espiare quelle colpe, lavarsene la coscienza con qualche grande atto di virt, di eroismo. Quale? Salvare un bambino da un incendio, per esempio; buscarsi una coltellata difendendo una donna; spezzarsi una mano per arrestare un cavallo in fuga. E si guard una mano.
Il suo sguardo e il suo pensiero si fermarono su quella grossa mano dal dorso peloso e dalla pelle avvizzita. Era proprio la stessa mano chegli aveva da bambino e di cui ricordava ancora la forma, cos piccola e graziosa? Quanto lavoro aveva fatto dopo dallora, quante altre mani aveva strette, quante e quanto diverse cose toccate! Osserv le vene. Pens allinterno del suo corpo, a tutti quegli organi delicati, necessari luno allaltro e alla vita, vide il proprio corpo scorticato, aperto, multicolore, sanguinoso; e ne ebbe ribrezzo. Vide in quellaspetto sua moglie, le sue figliuole. Vide cos la gente per le strade e altrove, e certi atti compiuti da quei mostri, anche i pi piacevoli ai sensi e i pi solitamente abbelliti dallimmaginazione, gli parvero orribili, e la vita stessa una brutta e miserrima cosa. Che mistero questo formicolo fugace di esseri piccolissimi che pensano e soffrono sopra un globo che gira nel vuoto infinito con la velocit duna palla di cannone! Saddentr in questo pensiero ed ebbe allimprovviso la visione immensa e lucidissima del volo simultaneo e del girar vertiginoso di mondi innumerevoli, e la certezza assoluta, luminosa che un Dio aveva tutto fatto e tutto moveva e vedeva, e con quella il sentimento profondo della necessit di rifare la propria coscienza, dinnalzare il proprio spirito, di mettersi a vivere come un santo. Pens a come avrebbe dovuto incominciare. Domand a s stesso se sapeva ancora le preghiere. Disse tra s le prime parole del Pater noster. In quel momento vide un foglio sul caminetto, lo prese: era la nota dun bottegaio: 97.50. Che ladro! pens. Ma mi sentir. Ripose il foglio, ritorn ai pensieri di prima; ma non riusc a riafferrarli. La visione era svanita.
Lo scosse lo schianto dun mobile. Si volt. Doveva essere la credenza. Un momento dopo pens: E se fosse uno spirito?. Una signora sua amica, pochi giorni prima, gli aveva affermato seriamente daver veduto il proprio padre morto attraversare a passi lenti, con gli occhi fissi su lei, la sua stanza da letto. Se egli avesse visto in quel modo il padre proprio? Guard intorno per la stanza. Poi chiuse gli occhi, dicendo: Quando riaprir gli occhi, lo vedr in quellangolo. Guard, non vide nulla. Ripet la prova: il fantasma non cera. Ma alla terza prova, pur non vedendo nulla, ebbe un brivido. Si diede di scimunito e di vigliacco. Disse la parola di viva voce:  Vigliacco . Fu meravigliato di sentir la propria voce. Pens: Divento pazzo?.
Cera un libro sulla tavola, lo prese, lo aperse a caso e si mise a leggere; ma pensando ad altro. Fra riga e riga, come per le fessure orizzontali di una parete, vide passare una campagna illuminata dalla luna, una piazza affollata alla luce del sole, Napoleone Primo a cavallo, il primo cadavere che aveva visto da ragazzo, dun contadino ucciso in rissa, portato via sur una barella. Arrivato in fondo alla pagina, non si ricord di nulla di quanto aveva letto: eppure aveva letto. Ma lui proprio? O un altro lui, misterioso, che aveva fatto le sue veci? Siamo due in uno, dunque? E chi  laltro? E io...? chi sono? Gli parve in quel momento dessere sconosciuto a s stesso. Guard il numero della pagina. Sessanta. La sua et. Fu sorpreso e sgomentato daver tanti anni. Quanti gliene restava da vivere? Dieci? Otto? Cinque? Di che malattia sarebbe morto? Quale ne sarebbe stato il primo sintomo? Un malessere generale, forse; una grande stanchezza. Vide s a letto, le figliuole piangenti, tutta la casa sottosopra. Ricord lo scoppio di pianto in cui aveva dato un suo amico moribondo, vedendo entrare in camera il prete. Dove sarebbe andato appena morto? In su, si dice. Ma come? Uno spirito non va n in su n in gi. Sarebbe dunque rimasto l. E allora... avrebbe continuato a vedere intorno ogni cosa, come prima della morte? E poi... quando sarebbe stato giudicato? E questa volta fu proprio laltro Cavaliere, il lettore compiacente di pocanzi, quello che gli grid sul viso:  Finiscila!  e fattolo alzare, lo spinse a passeggiar per la stanza.
Passeggiando, guard i mobili, le pareti, le finestre, e gli si present la sua casa in un nuovo aspetto: quella e le altre stanze gli parvero scatole, buchi le finestre e le porte, il quartiere intiero una gabbia sospesa per aria, e tutta la sua roba una miseria di poche assi e di pochi cenci, come festuche e fili derba in un nido. E quella gabbia, quel guscio appiccicato ad altri gusci, intorno ai quali ce nerano altri a miriadi, gli dava tanti pensieri e tante cure, era come la fortezza della sua vita e la reggia del suo orgoglio! Giusto: era necessaria una riparazione in cucina, e il padrone sera rifiutato con mal garbo di farne le spese. Un tirchio orgoglioso e villano, che gli aveva mancato di rispetto altre volte. Egli lodiava. Lavrebbe sfidato, se fosse stato sicuro di tagliargli la faccia. E non si poteva sfogare! Si compiacque nellimmaginar di incontrarlo su per le scale, di provocarlo, di afferrarlo per il collo e di fracassargli il capo contro il muro, dove avrebbe lasciato una impronta rossa con dei capelli...
No! Che orrore! disse tra s; e un momento dopo: Ebbene, a che serve dire: che orrore!. Credi con questo daver saldato i conti con la coscienza? Non puoi mica fare con quelle due parole che il pensiero orribile non ti sia passato per la mente, che tu non sia stato per un momento assassino, poich, se non hai commesso il delitto, sei stato capace di commetterlo, che  la stessa cosa. E pens a tutto quello chegli era stato in quel breve tempo da che era solo: un bambino, un eroe, un santo, un vigliacco, un pazzo. In verit, cera da perdere il capo. E con questo pensiero fissando gli occhi sopra un mazzo di fiori della tappezzeria, ci vide dopo un po i lineamenti vaghi duna brutta faccia che gli faceva una smorfia; i quali si trasformarono nel profilo del Presidente del Consiglio, e poi in una figura oscena, che gli fece inarcare le ciglia.
Non ebbe da cercare che legame corresse fra quella figura e il motivo dun valzer, chegli aveva sentito da giovane in un Veglione delle Sartine al teatro Scribe e che gli rivenne alla mente in quel punto insieme col ricordo dellavvocato M..., dal quale laveva sentito zufolare moltanni dopo, una mattina di luglio, in un albergo di montagna (ah che triste mattina!) proprio un momento avanti che sopraggiungesse sua moglie, spaventata, a domandargli:  Dove sono le bambine?  Erano sparite. Cerano l attorno dei precipizi. Rivide la scena, riprov lansia mortale; tutti a correre di qua e di l, e lui fra gli altri, senza saper dove andasse, gridando:  Gina! Maria!  preceduto dalla mamma, pallida e urlante, di cui non riconosceva pi il viso n la voce. Quella visione gli ridest tutta la tenerezza paterna piena di memorie: la nascita, la prima infanzia, le malattie, le piccole forme scomparse, e con questi ricordi unimpazienza affannosa di rivedere e di abbracciare le due care creature, come se non le avesse pi viste da un anno. Quando sarebbero mai tornate da quel maledetto teatro? Che idea gli era venuta di restar in casa e di mettersi a pensare? Ah mai pi sarebbe rimasto solo a quel modo come in un carcere a sovreccitarsi il cervello e a torturarsi lanima! E si mise a passeggiare a passi rapidi, ripetendo tra s: O care figliuole, cari angioli miei, quando, quando ritornerete?.
 Eccoci!  gli rispose una scampanellata, ed egli corse ad aprire.
 Ah, finalmente!  esclam, abbracciandole tutte due insieme con uno slancio daffetto, di cui la mamma rimase meravigliata.
E quando fu sola con lui, gli domand, osservandolo:  Perch sei cos agitato stasera? Che hai?
 Niente  rispose.  Mi son messo a pensare. Unidea tira laltra. Le idee pi strane del mondo, una fuga, una confusione di cose. A pensar da soli  come sognare. E poi si monta la testa, si hanno quasi delle allucinazioni. Non ti saprei dire. Chi ci capisce qualche cosa nel nostro cervello?
 Non hai mica bevuto?  domand la signora.
 Bevuto!  rispose lui un po punto.  Sai bene che non bevo mai un gocciolo fuori dei pasti.
 E allora , ribatt la signora  ho paura che diventi matto .
Egli fece un atto di risentimento e rispose con gravit:   forse una pazzia lintrattenersi coi propri pensieri? 
La signora stette pensando alquanto; poi, corrugando la fronte e fissandolo, gli domand:  Dimmi un poco: ti saresti per caso intrattenuto con la cameriera?  Il Cavaliere scatt; ma, ricordandosi che alla cameriera aveva pure pensato (e in che modo!) si contenne, e con un atto di rassegnazione rispose:  Ecco quello che si guadagna a meditare! Mi servir di regola . La signora non insist nel sospetto; anzi mezzora dopo gliene domand perdono, poich (vedete un po!) appunto dal ricordo vivo del suo tradimento mentale egli era stato quasi forzato a provarle che il sospetto non aveva fondamento.
Ma non ricadde mai pi in quel peccato della meditazione; il quale rimase nella sua memoria come unorgia dello spirito, fortunatamente unica, di cui un poco si vergognava.
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2. Complimenti e convenevoli.
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Sar fanciullaggine o mancanza dun sentimento fine della civilt; ma quando vedo davanti alla porta dun caff o dun salotto alcuni signori che vogliono far entrare pel primo uno della compagnia, il quale si rifiuta e vuole che entri un altro, e questi ricusa lonore e vuole che labbia un terzo, che insiste invano perch lo accetti un quarto, e il giuoco ricomincia pi volte con inchini e preghiere, fin che uno si risolve ad entrare, ma di sbieco, e curvandosi, come per dire che accetta per forza il grande onore immeritato, mi vien sempre da ridere, come alla scena buffa di certa farsa, dove var personaggi fanno un giuoco consimile, non per onorarsi a vicenda, ma perch ciascuno ha paura, passando il primo, di buscarsi una pedata dagli altri. E ricordo anche una scena doperetta, in cui un generale, dopo aver insistito inutilmente perch passi avanti a lui un ministro, perduta la pazienza, minaccia di menargli una piattonata se non passa: espressione sincera di quello che, nella vita reale,  molto spesso il pensiero secreto dellossequioso, infastidito dalla modestia. Mi vien da ridere; ma un punto che tutto il tempo che ciascuno di noi, nel corso della vita, impiega in cerimonie simili a quella, basterebbe a imparare una lingua straniera.
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Quante nabbiamo inventate per distinguerci dal comun volgo e anche per mantenerci viva lillusione daver lanimo gentile e di vivere in una societ dove regnano il rispetto e la stima reciproca! Ecco due uomini gravi, che shanno da parlare di cose importanti e di premura, che stanno un bel pezzo in piedi, ciascuno con una mano sulla spalliera della seggiola, perch ciascuno considera come una mancanza di rispetto allaltro il sedersi un minuto secondo prima di lui.  A lei.  Spetta a lei.  Non sar mai.  La prego.   impossibile . Nobile gara! Come si risolver la questione? C un modo solo: i due personaggi si metteranno a sedere nello stesso punto, tenendosi docchio a vicenda, perch gli atti sieno rigorosamente simultanei, e saranno salvi cos i diritti dentrambi. Ecco due altri valentuomini, che, dimenticando la dignit consueta, danno spettacolo di s in mezzo alla strada, girando luno intorno allaltro come nella tarantella, perch ciascuno vuol dare allaltro la destra, il che non  possibile che camminando a ritroso lun dei due; e si fermer parecchia gente a guardarli e a spassarsela prima che uno dei cavalieri si decida a sacrificare la propria modestia. Eccone altri due anche pi lepidi che davanti a un banco di liquorista disputano vivacemente per un pezzo, facendosi in l a vicenda con la mano, pregando, ragionando, comandando, perch luno vuol pagare due soldi per laltro: e sono tutti e due milionari. E lindietreggiamento rispettoso che si fa davanti al personaggio rispettabile, come per timore di pigliarsi un pugno nel petto, e che finisce cos spesso in un urtone contro un terzo, a cui si chiede scusa con un secondo indietreggiamento! E quel girar largo intorno alla persona onoranda come a un malato di malattia contagiosa o a un uomo armato con sinistra intenzione! E la cavalleresca corsa al cappello! Tutta una famiglia per bene si precipita per arrivare a agguantarlo prima del proprietario, che corre anche lui per prevenire i suoi ospiti, rappresentando tutti insieme una scena del gioco del calcio o un simulacro di contesa di ladri. Ma  ancor pi ammirabile latto fulmineo con cui spegne il fiammifero acceso in mano al commendatore, per porgergli il proprio gi fiammeggiante e tenerlo eroicamente fermo finch scotta le dita, mentre quegli si affanna a succhiare il sigaro per piet del Muzio Scevola della cortesia. Ah, che burlette! E ridiamo di certe cerimonie dei selvaggi. Se non fossimo abituati a vederle, che grasse risate faremmo delle nostre!
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Cos labitudine non ci fa sentire la stonatura delle tante formole di cortesia servile rimaste in uso nel nostro tempo di democrazia e deguaglianza. Che vita tenace hanno ancora il servo suo, il servitore umilissimo, il si degni, il la supplico e lossequio e lomaggio! Non meno strani sono la profusione, la variet dei significati, linopportunit e la superfluit affatto insignificante con cui si adoperano moltaltre forme complimentose, che non avrebbero per s nulla di singolare. Avete mai notato quanti servizi curiosi si fanno fare allanzi, al prego, al niente, al perdoni, allo scusi, al di grazia, al si figuri, al ma le pare?  Mi scusi, ha lasciato cadere il fazzoletto.  Grazie, mi scusi lei.  Perdoni!  Niente! (Come, niente?).  Ho il piacere di conoscerla. Anzi, il piacere  mio (O che ci ha da fare quellanzi?) . Altri modi sono dun conio preziosissimo.  Vuol aver lamabilit di dirmi se piove?  Vuol farmi la finezza di porgermi il cavatappi?  A questi modi sopraffini fanno contrapposto altri, di cui non avvertiamo, usandoli con certe persone, la famigliarit un po volgare, come:  Buon appetito.  Buon pr.  Come ha digerito?  tutte gentilezze rivolte al ventricolo. E quel buon augurio cos molesto che costringe lo starnutante a ringraziare proprio nel momento che egli corre al riparo del piccolo accidente, o si sforza di prevenirne un secondo? E quellaltro cos frequente e comicamente ampio ed equivoco:  Tante cose!  Adagio un po: tante cose! Ci sono anche i colpi apoplettici. E tutte quelle frasi ipocrite:  Se la secco, me lo dica. (Gi, ti vorrei sentire).  Lei mi dir che abuso indegnamente...  (No, figliuol mio; ma te lo vorrei dire).   tempo chio le levi lincomodo  (Dopo due ore come si fa a levarlo? Quello che  fatto  fatto). Frase comicissima questa quando la dice allaltro, in forma interrogativa, uno dei due visitatori, con lidiotismo comunissimo in italiano del ci per il gli, che esprime un pensiero opposto a quello che vuole esprimere:  Leviamoci lincomodo?  (E grazie tante!). E anche luso del favorisca e del per favore  in molti casi supercomico.  Favorisca di portarmi il baule.  Il numero 100, per favore?  E passi: queste non sono che iperboli della cortesia. Ma che un medico dica a una giovine cliente:  Mi favorisca la lingua  non va. E ce n tantaltre, da poterne fare un molto divertente dizionarietto satirico.
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Certaltre, forse usatissime, se ci si riflette, sono tuttaltro che gentili come si crede che siano. Per esempio, noi usiamo dire:  Abbia pazienza.  Abbia la bont.  Mi faccia il piacere.  che sono modi imperativi, non di preghiera. E non sono intimidazioni quasi minacciose:  Lei mi deve permettere...  Lei non mi deve, non mi pu negare, son certo che mi far il tal favore?  E quante piccole impertinenze si dicono comunemente senzaverne coscienza, con lintenzione di dire una gentilezza! A uno che domanda:  Quando avr lonore di rivederla?  si risponde alla sbadata:  Spero presto  senzaltro, che significa letteralmente:  Spero che avr presto questo onore . Si dice a un oratore:  Lei non ha mai parlato come questa sera  credendo di fargli il maggiore degli elogi. E questaltre:  Lei parla come nessuno parla (Eh, intendiamoci!).  Quellarticolo  quanto di meglio lei ha scritto (Non  proprio il caso d ringraziare).  Lei non pu immaginare quanto io la stimo (E perch mai?).  Pochi la stimano quanto la stimo io ( unimpertinenza addirittura).  Non  vero dunque che Lei  stato malato? Oh, meno male ( un minor male che sia stato sempre bene).  Se non potesse venire a pranzo con noi, mi farebbe un piacere a farmelo sapere al pi presto.  La prego di non dirne nulla; ma gi raccomandare a Lei la delicatezza  inutile o  tempo perso o  fiato sprecato.  La disturbo?  No, si figuri! Non ho nulla da fare.  Mi scusi se lho fatto aspettare: le sar parso lungo il tempo?  No, non me ne sono accorto.  Grazie: ma mi rincresce che lei se ne privi.  Ma che! Ne ho da buttar via . E cos il dire a una donna che si crede ancor giovane:  Lei par ringiovanita  e a una signora: che ha laspetto signorile, e a una signora attempata: che  un miracolo di conservazione, come una mummia egiziana, e a una mamma, ammirando la figliuola:  Che bella bambina!  tutta il ritratto di suo padre . Scagli la prima pietra chi in vita sua non nha dette mille.
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Molte formole di cortesia sono diventate cos abituali che saccompagnano spesso quasi involontariamente allespressione di sentimenti affatto opposti a quelli che esse esprimono.  Lei, mi permetta di dirglielo, ha mancato di delicatezza.  Con tutto il rispetto che le  dovuto, lei ha detto una corbelleria.  Codesta, mi perdoni, non  unazione da galantuomo.  Mi faccia il favore, la prego, dusare dei termini pi cortesi .  come dare un pugno con una mano, levandosi il cappello con laltra. Spessissimo poi si fanno servire le espressioni pi umili di rispetto alla manifestazione del risentimento e del disprezzo. Quanti rancori e inimicizie nascono da un:  Servo suo!  da un:  La riverisco  da un:  Tanti rispetti!  detto in luogo del saluto famigliare solito, o con un modo o un tono dissonante dal loro significato, per cui acquistano senso ingiurioso dironia! Tutte queste forme cerimoniose sono come piccoli istrumenti a doppio uso, che da una parte lisciano e dallaltra pungono; per mezzo dei quali, con una leggiera variazione daccento, si pu fare uno sgarbo a chi si vuole, non lasciandogli modo di risentirsene apertamente, perch  sempre possibile alloffensore di negar lintenzione offensiva, senza mentire con troppa impudenza. E in questarte sottile ci son dei veri maestri, che sfogano impunemente tutti i loro dispetti per tutta la vita. E anche spessissimo le parole gentili sono usate come manifeste ingiurie.  Io me ne vado.  Padronissimo.  Io non verr pi in casa sua.  Mi far una grazia.  Non voglio insistere su questo punto.  Che degnazione!  A volte, pure, lespressione rispettosa  come un inchino fatto a una persona per darle una capata nel ventre. Non c nessuno che non abbia sentito dire qualche frase simile a questa:  Se non fosse il rispetto pe suoi capelli bianchi, le farei assaggiare la punta dei miei stivali . E cos uno d fuori il suo risentimento senza mancare ai riguardi dovuti alla canizie. Le persone bene educate sanno conciliare le cose pi difficili: basta un po di tatto.
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La pi infesta e funesta di tutte  quella specie di cortesia operativa e tirannica che usa a tavola coi suoi invitati la piccola borghesia deducazione incompiuta. La chiamo operativa perch alle sollecitazioni e alle insistenze verbali suole aggiungere latto di cacciarvi a forza la roba nel piatto e quasi nella gola; e funesta perch  indubbiamente cagione dinfiniti disturbi gastrici e di non pochi casi di morte. Che c di pi volgare e pi impertinente che trattar linvitato come un poveraccio digiuno da una settimana, il quale non rifiuti di empirsi che per pudore, e a cui si debba per carit approvvigionare lo stomaco per altri sette giorni? E un altro poco per farci piacere e non ci faccia questo torto e non rifiuter la mia mano e un briciolo appena e un pezzettino di nulla e ancora questaltro che sar lultimo e prendi e ingolla e schiatta... per gradire, come suoi dirsi. E anche qui avviene che per essere troppo gentili in un modo s villani in un altro, troncando la parola in bocca allinvitato che racconta o ragiona per costringerlo a difendersi; che  come dirgli:  Non cimporta che tu parli, ma che mangi: qui non sei unintelligenza, ma un ventre, ovverosia un tacchino da ingrassar per Natale . O abbominevole ospitalit inghebbiatrice! E com terribilmente varia di forme e dindustrie! Preghiere, sorrisi lusinghevoli, ragionamenti esortatori, rimproveri dolci e anche amari, e accenni laudativi, per eccitarvi lamor proprio, al tempo in cui era pi vasta la vostra capacit e pi condiscendente la vostra mascella; e mentre respingete una forchetta prepotente a sinistra, unaltra a destra, a tradimento, vi fa cader davanti una frana di ciccia o di legumi, tutta la famiglia applaude allo stratagemma fortunato che vi fa rider verde. O quando si metter nel Codice un articolo che colpisca questi attentati alla salute e alla vita, o sorger un piccolo Parini ad ammazzar col ridicolo questa grossolana cortesia che ha per ideale lindigestione?
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Labuso dei complimenti epistolari va scemando; ma molto a rilento. Ancora in un gran numero di lettere un periodo solo dice la cosa per cui si scrive: tutti gli altri non fanno che sputar zucchero e strisciar riverenze. Gli illustrissimi, i chiarissimi, i pregiatissimi e tutti gli altri superlativi del vecchio epistolario, sono sempre in piena fioritura. Curioso  che molti non capiscono che certi superlativi, specie se riferiti a una signora, con la quale non si abbia famigliarit, come gentilissimo, son troppo famigliari e che certaltri, come illustrissimo, essendo scaduti di valore per labuso, sono oramai meno onorevoli del positivo. C anche chi non fa distinzione fra i due, per modo che nelle loro lettere da illustre nellindirizzo siete degradati a illustrissimo nellintestazione, o dalla copertina al foglio innalzati di grado. E che ci siano tanti ancora che non sentono il ridicolo dellornato, del commendevole, del chiaro? Chiaro uomo! Non vi par di vedere una statuetta trasparente con un lume dentro? Alcuni credono pi nobile la semplice intestazione:  Signore!  come sincominciano nei drammi le tirate requisitorie: ogni volta che leggo quellintestazione maspetto una lavata di capo. E mi par peregrino il caro signore ed amico, come chi dicesse: uomo e collega. Ma pi amene son le chiuse e le diverse forme di sottoscrizione. Come sono eleganti il sono di Vostra Signoria illustrissima obb.o e dev.o e il Di lei mi dico? Mi fanno pensare alla vezzosa mossa di fianco con cui Nan lanciava lultima nota delle canzonette. Sono, con stima. Con stima di chi? Suo devotissimo estimatore. Mi ricorda lestimo dei beni che si fa per imporre le tasse. E come non si comprende che lo scrivere a una persona che si stima non  un complimento perch  il meno che si possa dire e quello a cui ha diritto ogni cittadino non pregiudicato? Con illimitata stima. Troppo generoso! E cos i sinceri saluti ed augur: perch si farebbero se non fossero sottintesi sinceri ? Distinti saluti; di prima qualit, mi par che voglia dire. Mi professo. Niente di meno! Passo a rassegnarmi. Passi pure, che chiudo io.
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 divertente osservare come certe espressioni di cortesia e di rispetto usate dai signori si modifichino nella forma o nel significato sulla bocca della gente del popolo. Alcune diventano lepide, altre arrischiate. Che vi si dica; si dispensi pure per: faccia il comodo suo, pu stare, poich v sottinteso, con elissi ardita: da ogni riguardo, quando vi dice una donnina graziosa: Io mi dispenso troppo  non vi vien fatto di domandarle come non si vergogni di dirlo? Molti usano a rovescio la parola licenza, quando hanno da nominare una cosa o da ripetere unespressione poco decente:  Parlando con poca licenza...  Cos esprimono unidea che non hanno in mente quando vi ringraziano di venti centesimi non dovuti, dicendovi:  Lei sincomoda troppo ; il che vorrebbe dire che per voi quei quattro soldi sono un grave dissesto. Curioso, nei ringraziamenti,  luso del gerundio, come se ingentilisse lespressione:  Ringraziando!  Ringraziandola tanto!  Pi curioso il contrasto tra la frase:  Lei mi mortifica  che vi dicono intascando il franchetto, e il viso che manifesta ridendo un sentimento opposto affatto a quello della mortificazione. Carina anche questaltra:  Lei, che, senza offenderla,  un signore come ce n pochi...  Una delle maniere pi usuali di complimento  lallusione allautorit, alla potenza sociale delle persone che si vogliono ringraziare:  Lei che ha le braccia lunghe, che non ha che da dire una parola, che basta che si presenti, a cui nessuno pu negar nulla...  e in questo la gente del popolo mostra dintuire acutamente, quasi per istinto, qual sia il lato pi debole dellambizione e della vanit della maggior parte degli uomini ben vestiti. Il titolo di cavaliere, poi, in qualche regione dItalia, la pi piccola frazione del sistema monetario della cortesia da popolo a signori:  il centesimo che si d anche a chi non spetta, per isbagliare in pi, in ogni caso, anzi che in meno.
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La pi facile e quindi la pi frequente forma di complimento  il sorriso. Se potessimo contare quante volte sorridiamo spontaneamente e quante per dovere e per intento di cortesia, o salutando, o fingendo dapprovare, dammirare e di divertirci, riconosceremmo che il sorriso  pi spesso in noi un atto voluto che lespressione naturale dun sentimento. Se tale fosse sempre o quasi, si dovrebbe dire che la maggior parte degli uomini sono profondamente buoni e gentili e quasi continuamente contenti. Che il nostro sorridere ad ogni momento sia una consuetudine contratta per raffinatezza di civilt, lo prova il fatto che i popoli di civilt inferiore sorridono molto meno facilmente di noi, e che meno di noi, cos detti signori, se non altro salutando, sorride il nostro popolo.  diventato il sorriso un segno cos abituale di cortesia che nel ricevere una persona che non ci sia famigliare e nellaccomiatarci da lei noi sorridiamo quasi non volendo anche in momenti dolorosi, e dobbiamo qualche volta fare uno sforzo per vincer la forza di quella consuetudine, affinch non si dubiti della sincerit del nostro dolore. Ma  un vero sorriso, quello che facciamo salutando tante persone indifferenti o non simpatiche o odiose? Non  che una simulazione di sorriso, una contrazione dei muscoli che spiana la fronte e scopre i denti, senza alcuna espressione benevola o lieta degli occhi e della bocca, e spesso pure con espressione malevola e trista. Quanti brutti sorrisi vediamo di continuo, che vorrebbero esser cortesi, sorrisi forzati, sinistri, lividi, pi spiacevoli a vedere che la manifestazione aperta dei sentimenti che vorrebbero dissimulare! E il pi repugnante  quello delladulazione e della cortigianeria, quello che sul viso di molti, che vivono intorno a potenti del mondo, si fissa a poco a poco come una maschera, sotto la quale non si vede pi luomo vero. E si potrebbe chiamare: la prostituzione della faccia.
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Che cosa siano i complimenti si pu studiare in particolar modo nelle donne. Siccome esagerano, per natura, pi degli uomini, riesce loro pi difficile di mettere in armonia con la dolcezza delle parole lespressione del viso, ed  quindi pi manifesta in loro, e sopra tutto fra di loro, la finzione convenzionale della cortesia. La conversazione di molte signore, nelle loro visite di convenienza, quando non sono amiche intime, non consiste in altro che in complimenti.  unesagerazione costante, nella frase e nellaccento, della simpatia, della sollecitudine, della gioia e anche della condoglianza, e pi che altro della benevolenza e dellammirazione, con certe intonazioni e esclamazioni obbligate, che danno allespressione di tutti i sentimenti lo stesso colore leggermente drammatico o enfatico; sotto il quale, non di meno, ciascuna di esse vede chiaramente nelle altre quanto v di sincero e quanto di falso. Chiedere, da una parte, perdono di una dimenticanza; darlo, dallaltra con le parole pi gentili; richiederlo e ridarlo un momento dopo in forma pi gentile della prima; ricambiarsi molte volte, con gli stessi o in altri termini, senzavvedersene, al medesimo proposito, le stesse domande premurose e le stesse lodi iperboliche; voltare di qua e di l il discorso in maniera che ciascuna abbia alla sua volta fra le mani uno de suoi temi preferiti, che le dia modo di farsi valere e di dir cose piacevoli per le altre o per s: cos vanno innanzi le conversazioni per ore, in un baratto continuo di pasticcini e di caramelle, che suol essere chiuso da un bacio. Si parla di un certordine di signore, sintende; alle conversazioni delle quali, daltra parte, rassomigliano molto quelle di certe specie duomini, di cui si pu dire anche pi propriamente che delle donne, che a sentirli discorrere fanno venire alle congiunture delle braccia con le antibraccia il liquor bianco che alimenta i bambini.
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Il complimento  come personificato in alcuni esseri, non rari delluno e dellaltro sesso. Non parlo dei cortesissimi, ristuccantemente complimentosi e lisciatori per proposito e per interesse; ma di quelli che hanno per natura un bisogno invincibile di rendersi gradevoli a tutti, e che per di tutti accarezzano lamor proprio, a tutti sinchinano, con tutti parlano dolce e sorridono quasi con umilt dinferiori. Nel linguaggio di costoro il complimento figlia il complimento come una bolla di sapone unaltra bolla, e savvolge intorno a s stesso per modo che molto sovente essi ci si trovan presi come in una rete, da cui non sanno pi uscire. Non possono dire a nessuno una verit sgradita, n rimproverare, n contraddire. La forma tipica della loro contraddizione pi ardita si pu presentare in un periodo come questo:  Se lei me lo permettesse, con tutta la deferenza che le  dovuta, io mi arrischierei a manifestarle unopinione, che, per certi riguardi, le potrebbe parere non al tutto conforme, mi scusi, con quella che lei ha avuto la degnazione desprimermi . Si direbbe che sono esemplari dellumanit di un altro mondo, dove tutti gli elementi si trovino in perpetua armonia. Li hanno a noia molti perch credono il loro modo di fare e di parlare un artifizio; ma singannano, poich a una tale continuit dartifizio nessuno potrebbe reggere, n raggiungere un tal grado di perfezione nella finzione. Sono invece naturali e sinceri, e perci alla maggior parte riescono amabili, e se non altro dilettevoli, come esempi singolari della natura umana.
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Ci sono anche i ribelli per indole al codice comune della cortesia, che hanno la parola asciutta, il saluto freddo, il ringraziamento laconico, la lode misurata; e questi, al paragone dei pi, paion gente dura e villana, non essendo invece che animi schietti, in cui  un sentimento giusto dellesagerazione e del ridicolo di quellarte faticosa dei complimenti, con la quale cinganniamo, o meglio, studiamo dingannarci a vicenda. E questa cortesia superlativa ha, fra moltaltri, due effetti pessimi: quello di renderci morbosamente sensitivi ad ogni minimo atto o parola poco cortese, e quello di rendere sgradevole e quasi insopportabile alla parte della societ che la pratica la compagnia di quellaltra parte, che per mancanza distruzione, e a cagione della vita rude a cui  costretta, e anche perch non ha tempo da perdere, non la pu acquistare. In fondo, noi tendiamo con quellarte a simulare qualit e virt che ci mancano, o a farle parer maggiori di quello che sono. Tanto meno ne avremmo bisogno, tanto pi facilmente ce ne spoglieremmo quanto pi diventassimo buoni e gentili nel profondo dellanimo. La falsit buffa di questa supergentilezza, che  di fronte alla gentilezza vera quello che la svenevolezza al sentimento e il belletto al colore della salute, ci appare in piena luce quando siamo colpiti da qualche sventura, che ci mette in certo modo fuori del mondo, in una solitudine triste, di dove vediamo gli uomini come da lontano: e allora ne sentiamo saziet e sdegno, e ci ribelliamo alle sue leggi. Le quali cadono per tutti e rimangono come cosa morta e spregevole, anzi neppur ricordata, in quelle ore dangoscia delle grandi calamit pubbliche in cui gli uomini si mostrano quali sono, perch son dominati tutti da un sentimento solo, che soffoca ogni vanit e ogni interesse meschino.
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3. La faccia.
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Dice Nerone in un suo soliloquio triste, nel bel poema dello Hamerling, che qualche volta il viso delluomo gli par mostruoso. Tale suol parere, di sfuggita, a ciascuno di noi in quei rari momenti in cui lo consideriamo con la mente quasi portata fuori di noi stessi e sciolta da ogni suggestione della consuetudine nella visione delle cose. Che strana cosa ci sembrano allora quelle due palle lucenti incastrate in alto e nascoste a mezzo di due borse di pelle grinzuta; quella protuberanza allungata che singrossa in fondo intorno a due sorta docchielli filacciosi; quellapertura dagli orli sanguigni, che serve insieme a emettere la parola e a ricevere il cibo, e che, sorridendo damore, mostra lapparecchio brutale con cui trita i prodotti della terra e la carne delle bestie! E ci paion ridicole quelle due appendici cartilaginose attaccate alle tempia, somiglianti ai manichi duna pentola, e quasi ci fa ribrezzo quel tessuto sottile e mobile che qua e l sinforma dallossa e lascia vedere il turchiniccio delle vene. Come si pu trovar la bellezza in questo complesso dorgani di senso cos ravvicinati che quasi confondono i loro movimenti e i loro umori, su questa forma di muso compresso e allargato, contornato e sparso duna specie di vegetazione filiforme, che somiglia allerbacce dei vecchi muri? Come possono gli uomini trovare nel proprio aspetto argomento di confronto con la maest di quello del leone, con la gentilezza di quello della gazzella, con la grazia di quello del passero? E ci pare che un uomo che non avesse visto mai il viso del suo simile n il proprio, al primo vederlo, ne dovrebbe aver ripugnanza e paura.
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E com debole, alterabile, caduco! Ha la cedevolezza della pasta e la fragilit del vetro. Ogni pi leggiera lesione vi lascia un segno perpetuo, ogni pi piccola sbucciatura ne fa spicciare il sangue a grosse lacrime, ogni pi tenue sensazione ingrata lo scompone, ogni gonfiezza appena visibile ne muta laspetto, basta un dente perduto a cangiarne quasi affatto lespressione. La luce, il vento, il polverio, mille pericoli reali o apparenti lo costringono a rapidissimi moti difensivi quasi continui, ciascun dei quali per un momento lo deforma. Ogni specie di mali, orrendi i pi, lo insidiano nelle parti pi delicate.  la parte nostra pi pericolosamente esposta alle offese dellira umana e della natura, e quella in cui dura meno ed  pi instabile la giovinezza. Le forze fisiche e intellettuali crescono ancora, e gi nel viso appaiono i segni della decadenza. Poi, luomo  ancora fermo nel vigore della maturit, e il viso  gi vecchio. Pi tardi, e ancor ritta e salda la persona, il pensiero potente, la voce sonora; e il viso non  pi che una rovina, dove si riconosce appena limmagine antica. Il tempo lha contratto, scontorto, insolcato, pestato; le palpebre si sono gi ristrette e ravvicinate come per chiudersi per sempre; la bocca aperta non  pi che una buca nera come una fossa; i muscoli e la pelle pare che si stacchino come per rifiutare il loro ufficio; par che tutte le passioni vabbiano lasciato una traccia come in un campo il passaggio dun esercito. La natura d ancora allanimo e ai sensi speranze e illusioni; ma sul viso ha gi scritto: finis. La morte sar ancor lontana; ma il viso  gi suo.
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Il viso di questo e di quellaltro, diciamo. Ma dogni persona, anche nel solo periodo del tempo presente, noi conosciamo parecchi visi; i quali si pu dire che sono i visi di parecchie persone, poich rappresentano stati danimo tanto diversi che quando luomo si trova in uno di essi pare ed  veramente tuttaltro uomo da quando si trova in uno degli altri. Ogni passione, ogni variazione dello stato fisico non muta soltanto nel viso lespressione degli occhi e il colore; ma le forme e gli atteggiamenti. Per questo, riguardo al viso di tante persone cangia cos spesso il nostro giudizio. Esse hanno momenti di bellezza e momenti di bruttezza, aspetti passeggeri di vecchiezza precoce e di ringiovanimento sbalorditivo; sorrisi che ci fanno esclamare:  Che bellanima!  e moti sfuggevoli che da un momento allaltro ce li rendono odiosi. Certi visi ci fanno unimpressione diversa affatto nella piena luce e nella luce crepuscolare o nellombra, nella quale rimangon nascosti o velati certi loro particolari caratteristici, o difetti, che sono elementi della loro fisonomia. In molti il passaggio dalla tristezza allallegria, dalla quiete allansiet, produce una trasformazione quasi incredibile. Anche nei nostri famigliari ci accade spesso di vedere a un tratto un atteggiamento del viso che ci pare di non aver visto mai, e che osserviamo con curiosit come una manifestazione nuova dellanimo loro.  questa mutabilit grande e continua che ci fa scrutare a ogni nuovo incontro il viso dellamico come per sapere con qual uomo avremo da fare quel giorno, ed  essa pure la cagione per cui, ogni volta che vediamo dormire una persona sia pure a noi famigliarissima, ci sentiamo forzati a osservarla, come se soltanto in quel suo stato dimmobilit ci fosse possibile formarci un concetto sicuro e fermo del suo viso, e quindi dellanimo suo. Per questo ci par cos sovente bugiarda la fotografia, che ci d il viso dun momento; dun momento sconosciuto o dei meno conosciuti da noi: un viso solo delluomo, che ne ha tanti! E quello di certe persone rimane per noi un enigma per tutta la vita.
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Come sulla faccia del cielo, nuvole, lampi, nebbie immobili e tristi, serenit limpidissime, raggi di sole, iridi luminose, oscurit cupe e piene di mistero salternano su questo piccolo specchio maraviglioso, che pu durare un secolo, ed esser disfatto da un pugno. Se in uno specchio magico potessimo veder passare rapidamente tutti gli aspetti per cui  passato il nostro viso in un anno, ne rimarremmo confusi e sgomentati nel sentimento medesimo della nostra identit. Ci verrebbe detto via via:   mia quella faccia di funerale? Mio quel sorriso melenso? quel ghigno satiresco? quel viso sonnolento e flaccido che par che si sfaccia e caschi a pezzi? Ah, ecco una faccia gioconda duomo buono, aperto, sincero! Ma di chi  questaltro viso sinistro, che par dun dannato dantesco, che abbia in gran dispetto luniverso intero e s stesso? Chi  costui che fa ballare cos scompostamente il mento e le mascelle, mostrando negli occhi fissi, nellatto del morso e dellinghiottimento, un senso cos ferino davidit e di piacere? Ah, come comprendo quella creatura immaginaria del Flammarion, discesa da un altro mondo nel nostro, la quale  presa da ribrezzo al veder mangiare una creatura umana che le era parsa prima bella e gentile!  E chi  questaltro? Son io morto o io che dormo? E tanto rassomiglio nel sonno a un naufrago o a un impiccato? E son io che faccio quel viso livido e maligno quando mannunziano la buona fortuna dun concorrente? E come ho osato mostrar cos aperta lesultanza della mia fanciullesca vanagloria come la vedo in cotesta immagine? Eccomi tornato indietro di dieci anni: un miracolo! E ora? Ma tu non hai pi un anno da campare, disgraziato. To un bacio: cos mi piaci, fratello. E a te, invece, se non sapessi chi sei, tirerei uno schiaffo. Ma, insomma, che viso  il mio? Come sono? Chi sono?  E finiremmo col mandare lo specchio in pezzi, come fanno le scimmie.
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Che cosa singolare che la maggior deformazione del nostro aspetto sia quella prodotta dal sentimento dellallegrezza pi viva! Non sembra che la natura ci abbia voluto far comprendere che lallegrezza soverchia disconviene alla miseria del nostro stato, che il riso  veramente quel che fu definito: una specie di vaneggiamento non durevole? Il riso smodato ci rende quasi irriconoscibili. Il viso diventa rete di rughe; la bocca squarciata mostra tutti i denti come la bocca duna belva che ringhia; gli occhi saccendono duna luce pi somigliante a quella della follia che a quella dellintelligenza, che offusca lespressione della dignit, della bont, della gentilezza; nei lineamenti alterati appare qualche cosa del viso del bambino, del vecchio e dellubbriaco, e su questa bruttezza spuntano le lagrime, come nella commozione del dolore e della piet: che ironia! Se in alcuni vi pare che anche il riso sia bello, non  se non per effetto del confronto coi pi, che il riso imbruttisce orribilmente. Per accertarcene non abbiamo che immaginare che cosa sarebbe lumanit se in tutti i visi fosse fermo e immutabile latteggiamento del riso, e che senso farebbe a suoi simili, in una umanit non risibile, il primo che ridesse: una cosa spaventevole. Quando in una compagnia di persone che ridono sgangheratamente c un cane, egli ci pare in quel momento lunico animale sensato; e se abbaia, come fa qualche volta, non ci sembra che lo faccia per prender parte allallegria, ma perch lo spaventa la deformazione del viso dei suoi signori ed amici, e in quel modo che gli  concesso li supplica di riprendere laspetto consueto desseri ragionevoli.
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E infinite sono le alterazioni del viso volute e abituali, gli abiti del viso, come il Leopardi li chiama. Quanti i visi atteggiati di proposito allalterigia, allumilt, alla gravit, a una vivacit appassionata e provocatrice, e che in quellatteggiamento rimangono quasi costantemente finch stanno sotto gli occhi del prossimo! Quanti i visi modificati quasi di continuo da uno sforzo della volont per nascondere o attenuare un leggero difetto; i visi sui quali  fisso un sorriso artefatto, simile alla smorfia della nausea, per mettere in mostra la bellezza dei denti, o sempre contratta la bocca per celarne le rovine; i visi che si mantengono abitualmente serii per preservarsi dalle rughe; i visi invermigliati, imbiancati, intonacati, segnati intorno agli occhi dun arco nero per dar forza e fuoco allo sguardo, e quelli in cui ciocche e ciuffi di capelli composti ad arte dissimulano langustia della fronte e linfossatura delle tempie, e quelli che non riconosceremmo se ne cadesse il lungo pelame lasciato crescere per mascherare le deformit delle labbra e del mento, come ledera su certe case per coprirne le fenditure e i rappezzi, e che per non sono il viso vero della persona, un viso di fattura! Con cura attentissima e assidua persone innumerevoli compongono il viso in modo da ispirar reverenza, benevolenza o simpatia, e perci noi conosciamo di loro il viso del caff, del teatro, del salotto, della strada; non quello genuino, che  quel che mostrano fra gli amici intimi e in famiglia, dove soltanto lasciano andare liberamente agli occhi e alla bocca lanima loro. Quindi un inganno quasi universale e perpetuo, quindi le tante sorprese che ci toccano nellavvicinarci a persone che conosciamo solo di veduta, come ci accade al veder da vicino e di giorno attori non prima veduti che sul palco scenico, nel cui volto scopriamo tratti, moti, espressioni inaspettate. Il viso, specchio dellanimo! S, quando lascia cadere la maschera istrionica che lo ricopre.
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Specchio dellanima, quasi sempre, quando lanima  commossa da un sentimento vivo. Ma a esseri innumerevoli la natura ha dato un viso che, nello stato abituale di quiete, non d della loro intelligenza e della loro indole unimmagine pi fedele di quella che di esso medesimo pu dare uno specchio convesso o ineguale o spezzato. Moltissime persone dingegno, buone, amorevoli, gentili di animo, negli infiniti contatti fortuiti della vita sociale, sono mal giudicate, guardate bieco, derise, trattate male perch il loro viso non d indizio alcuno di quelle loro qualit, anzi pare che significhi qualit opposte. Per moltissimi il viso  una difficolt grande a farsi strada nel mondo, uninsegna bugiarda dellessere loro, per cui sono costretti continuamente a combattere cattive prevenzioni, avversioni, diffidenze, antipatie. E per contro altri moltissimi, al tutto diversi da quelli, hanno sortito un viso stupendamente ingannatore a loro vantaggio. Hanno negli occhi il lume dellingegno e sono corti di mente; hanno il sorriso della bont e sono egoisti; hanno la chiarezza della sincerit e sono falsi; sono facce meravigliose dartisti, formate per la simulazione perfetta, costante e quasi inconsapevole di tutti i sentimenti amabili; e la loro faccia  la loro fortuna. Nella distribuzione delle maschere di carne alle anime la natura commette infinite ingiustizie odiose, cagioni daltre infinite ingiustizie degli uomini verso le sue vittime, e a queste dinfiniti dolori immeritati. Non c uomo, per quanto benevolo e ponderato, che non sia stato cento volte crudelmente ingiusto nel giudicare gli animi dai volti, e che, anche dopo riconosciuto linganno, non abbia conservato spesso ignobilmente un resto della prima impressione. Tutti, pi o meno, di queste ingiustizie della natura siamo complici vili.
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Miseria nostra! Ecco due visi giovani e sani, despressione buona e simpatica tutti e due. Fra luno e laltro non sono che differenze di lineamenti, che la parola potrebbe appena definire e che non si potrebbero determinare materialmente se non con misure minutissime: differenze minime nella forma dellocchio, nella forma della bocca, nella linea del naso e del mento, nellarco delle guance e nelle proporzioni di certaltre parti; come ci potrebbero essere fra due ritratti duna stessa persona, fatti da due artisti di valore diverso. Ma per queste differenze piccolissime una delle due persone passer come inosservata nel mondo, tesori di virt chella ha in s rimarranno sconosciuti, essa vivr senza amore e senza gioie nella solitudine, in una condizione disagiata, costretta a un lavoro ingrato. Laltra  fin dalla prima giovent sollevata dalla povert alla ricchezza; per tutto dove passa  festeggiata,  inchinata, fa piegar volont, vacillare coscienze, tradir doveri; per adularla gli uomini si stillano il cervello a cercarle paragoni in quanto hanno di pi meraviglioso la natura, il mondo dellarte e quello delle immaginazioni sovrumane; per lei uomini tristi diventan buoni, dei buoni, malvagi, dei vigliacchi, coraggiosi; per lei c chi aspira alla gloria e chi la calpesta, chi si perde nellozio e chi sammazza al lavoro, chi singinocchia e si dispera, chi uccide o succide, chi si rovina e si disonora. E dei mille che soggiacciono al suo fascino nessuno sa dire in che cosa esso consista. La cagione della potenza enorme di quei particolari minimi in cui quel viso si diversifica dallaltro  per tutti un mistero. E quella potenza enorme pu essere irreparabilmente distrutta in pochi istanti da un accidente, in pochi giorni da uninfermit dopo cui ritorni in pieno fiore la salute. E se larte conserver quel viso, per secoli e secoli leffigie morta spander ancora scintille di desiderio e di follia.
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Si dice che  uneccezione la bellezza: si pu anche dire che  uneccezione il viso umano non brutto. Proviamoci per strada a contare quanti visi passano ogni cento, ai quali non si possa riferire quello che per la donna  lingratissimo degli aggettivi; quanti che non abbiano una irregolarit sgradevole o qualche parte deforme; quanti che arieggiano ceffi o becchi, che si direbbero piuttosto abbozzati che formati, simili alle facce che disegnano i bimbi e i selvaggi. Contiamo i bazzuti e i senza mento, i deformati dalla magrezza o dalla pinguedine, le facce di teschio, le fronti di microcefali, le mandibole e le orecchie smisurate, le bocche belluine, gli occhi porcini, scerpellini, incavati, asimetrici, loschi, vitrei; i visi su cui  stabile una contrazione dolorosa o una smorfia buffa, quelli a cui manca ogni espressione, come a maschere senzocchi, quelli dun certordine comunissimo che non si ricorderebbero mai se si vedessero cento volte, che paion fatti a macchina, tutti sullo stesso stampo, a centinaia, a migliaia alla volta. Par che la natura si diverta per proposito a far visi strani, spaurevoli e ridicoli, a dispetto o per castigo dei suoi figli, e che solo a rari intervalli ne faccia uno a modo, per isbaglio, pi che per intenzione, o per mostrare che sa, quando vuole. Per questo, quando passa un viso non bellissimo, n veramente bello, ma soltanto regolare di forme,  guardato da tutti quasi come un esemplare dun altro genere umano. Il viso non dun favorito, ma dun non maltrattato dalla natura, rappresenta come una fortuna, un privilegio, che migliaia desseri invidiano. Di viso lumanit  brutta.
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Eppure questa forma, per noi,  la creatura umana,  lei pi che la sua voce e la sua parola, e quanto il suo sentimento e il suo pensiero. Tutta la nostra vita si rispecchia in pochi volti: le nostre pi grandi gioie sono rappresentate dal loro sorriso, i nostri pi grandi dolori dallespressione di dolore che vediamo in essi, i nostri  pi atroci rimorsi dallatteggiamento di rimprovero in cui essi ci appaiono. Sono essi le immagini che ci sorgono dinnanzi continuamente nella veglia, nel sonno, nel lavoro, fra la gente, nella solitudine; essi i nostri consolatori, i nostri ispiratori, i nostri giudici, i nostri punitori. Tutta quanta lumanit, fuor di loro, non  per noi che la visione confusa duna moltitudine sconosciuta ed eguale come la faccia dun mare tenebroso. A quei pochi volti parliamo anche di lontano, ed essi ci parlano. Quando le persone non son pi, i visi rimangono presenti e vivi. N possiamo accogliere il concetto duna vita futura disgiunto dallidea di rivederli. Diciamo: ritrovar le anime; ma intendiamo: rivedere i visi. Se questo non avesse ad essere, ci pare che anche in quellaltra vita saremmo tormentati dallo spasimo dun desiderio e dun rimpianto eterno. Ed  pure il ricordo di quei pochi visi senza moto e senza sguardo il tesoro pi prezioso che racchiude la nostra memoria. Quanto di pi sapiente possiamo pensare sulla vanit delle nostre passioni, i pi nobili moti di pentimento e di piet, ogni migliore ispirazione di fermezza nella sventura, di modestia nella fortuna, dintrepidit nei pericoli, tutto ci viene dallimmagine di quella immobilit solenne, di quella quiete ultima e immutabile, di quello stupore infinito, di quel mistero imperscrutabile e tremendo che abbiamo visto in quei visi imbiancati dalla morte.
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4. Fra due mosche.
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Un giorno dagosto, nelle ore pi calde, una mosca spicc il volo da una finestra della palazzina in cui viveva da tre mesi, discese nel giardino, e da un cespuglio a una rosa a un arbusto a una siepe sand a posare dentro un capanno rivestito di convolvoli, sulla spalliera dun sedile di ferro; dove, con sorpresa, si trov davanti una sua simile, non mai vista da lei prima dallora, che pareva stupita e inquieta di trovarsi l, come un viandante smarrito in una foresta.
Subito ella mise le sue piccole antenne in contatto con quelle della sconosciuta, e con quei movimenti e tocchi leggerissimi, con cui le mosche si parlano, le domand di dove venisse e che cosa cercasse.
Quella le rispose che era una mosca di campagna, e chera venuta sul dorso dun bove in citt con la speranza di menarvi una vita pi agiata e pi gaia che nella solitudine dei campi; e immaginando che la sorella cittadina sopraggiunta abitasse nella casa l accanto, le espresse il desiderio di prendervi domicilio sotto la sua protezione.
La mosca di casa fu presa da un riso cos forte che tutti e tre i segmenti del suo torace sagitarono come per distaccarsi lun dallaltro; poi croll il capo in atto di compassione e disse alla sorella campagnuola:  Ah, disgraziata! Come caschi male! Che idea stramba t saltata in capo? Ah, tu pensi di venir qua a far la bella vita, a campar da signora? E io scappo da questa casa per non tornarvi mai pi, per andar a cercar la pace nei campi di dove tu sei fuggita. Segui il mio consiglio, sorella. Ritorna nella solitudine che hai abbandonata, e io verr con te. Non tostinare in un proposito di cui saresti amaramente pentita prima di domani. Sarebbe minor disgrazia per te il perdere la proboscide aspirante che madre natura ti piant nella testa .
La campagnuola le rispose con un moto brusco delle antenne, che significava unesclamazione di maraviglia; poi le disse:  Io credevo che tutte le mosche che vivono nelle case degli uomini menassero una vita felice.
 Se ogni casa somiglia a quella dove io son vissuta finora, tutte le mosche cittadine vivono una vita infelicissima.
 Per qual ragione?
 Perch gli uomini sono una razza trista feroce che ci perseguita senza piet e senza tregua. E in quanti modi e con quale perfidia tu non puoi immaginare. Non con le mani soltanto, ma con ogni specie di strumenti e dastuzie: con pennacchi, con mazzi di strisce di carta, con carte e polveri avvelenate, con liquidi dolci traditori che cinvischiano la tromba e le zampe, con certe trappole trasparenti in cui sentra senzavvedersene e si rimane annegate. Le case degli uomini sono covi dinsidie, dove si rischia la vita ogni momento e si vive in affanno continuo. Per questo io ne fuggo per sempre.
 E lasci senza rammarico la casa dove sei nata?
 Con rammarico lascio la casa; ma con gioia, i suoi abitatori, che son luno pi malvagio dellaltro .
E alle domande che la mosca campagnuola le rivolse intorno agli abitatori, la mosca cittadina, movendo rapidamente le antenne, rispose:  Son sette, che i ragni se li divorino. Tre che mi paion maschi: il padrone, un figliuolo grande, uno piccolo; quattro, che mi paion femmine: la padrona, che non fa nulla; una figliuola che  sempre allo specchio; una che noi chiamiamo la femmina della polvere, perch  sempre in giro a spolverare; unaltra, che chiamiamo la femmina del fuoco, perch  sempre a lavorare attorno al fuoco. Sette, tutti congiurati a distruggerci. Non ti parlo daltri che vengono in casa ogni tanto. E c un piccolo cane. Ebbene, il cane  il meglio di tutti.
 Unodiosa razza, dunque.
 E disprezzabile. Ne giudicherei dal padrone, che conosco meglio degli altri, perch sta tutto il giorno in casa a far dei segni neri su dei fogli bianchi con una cannetta che intinge in un vaso pien di porcheria. Tu che non conosci gli uomini, non puoi immaginare quanto poco valgano questi grandi animali che stanno superbamente ritti sulle gambe di dietro, e paiono i padroni del mondo. Questo bestione smisurato basto io, cos piccola e debole, applicandogli alla pelle la mia proboscide minuscola a sconturbarlo, come potrei fare con un moscerino appena nato. Chio lo tocchi due o tre volte nel viso, ed egli monta in collera, si percote il capo colle mani, e soffia e arrota i denti come cane arrabbiato. Ripetendo gli assalti, io gli faccio buttar via la cannetta con cui lavora, gli impedisco di dormire, lo costringo a saltar su dalla seggiola e a correr per la stanza sbuffando e smaniando come se avesse il fuoco nel corpo. Io gli intercetto la vista, gli tronco la parola in bocca, gli interrompo il cammino, gli faccio rigettare il boccone che s gi messo fra i denti, io che sono un nulla appetto suo. Come me la godo!... (Ma sono le mie sole soddisfazioni, pur troppo). Vedi quanto  meschino questo colosso!
 Curioso! Non sono cos impazienti i rari uomini in cui mabbatto per la campagna: essi mi lasciano quasi sempre fare il comodo mio sulla loro faccia senza dar segno davvedersene.
 Saranno dunaltra razza. E questo non  soltanto debole e violento:  ingiusto e irragionevole. Ti basti sapere che quando non riesce a cogliere e ad ammazzare quella di noi che gli ha dato molestia, ne ammazza, se pu, unaltra qualsiasi, la prima che gli viene a tiro, o ne cerca una espressamente, anche lontano da lui, per vendicarsi e sfogarsi: pur che ammazzi! E la schiaccia mettendo un grido di trionfo, come se avesse riportato vittoria sopra un nemico terribile.
 Posso appena credere alle tue antenne.
 Ed  stupido per giunta. Ha visto migliaia di noi, ci vede di continuo, e non ci conosce, non sa come siam fatte. Egli pensa di coglierci di sorpresa, avvicinando a noi la mano aperta, lentamente di dietro, come se non la potessimo scorgere: non sa che i nostri occhi fissi hanno centinaia di faccette con cui vediamo da ogni parte, e che pi che la vista, ci avverte della minaccia della sua mano il movimento dellaria chessa produce. E cos noi riusciamo e godiamo a ingannarlo ogni momento, e a fargli picchiar le mani inutilmente sulle proprie mani e sulla propria faccia. Che ignorante!
 Mi ci godrei anchio!  E ci dicendo la mosca campagnuola fece con le zampe davanti incrociate quel movimento allegro che corrisponde alla nostra fregatina di mani.
 Ma tu non puoi farti unidea  riprese la mosca di casa  della ferocia di questa razza. Nella loro stanza del fuoco io vedo strozzare e scannare, scorticare animali vivi, e gettarli nellacqua o nellolio bollente, dove si torcono fra cos atroci spasimi che, a vederli, tutte sei le gambe mi tremano. Brandelli di carne, visceri, zampe, teste tagliate, da ogni parte: ogni giorno  una strage, un macello che insanguina tavole, panni, mani, ogni cosa. In questo modo si fanno da mangiare. Ma c di peggio. Tutta la crudelt di questa gente si manifesta nel figliuol piccolo. Costui passa a volte unora intera a darci la caccia, e ci coglie a decine, perch fa con due mani, e col lungo esercizio s fatto destro. Ma non per liberarsi dalla nostra molestia: per il solo gusto di torturarci lavora. A quante nacchiappa strappa le ali, le zampe e le teste, e queste, per gioco, ammucchia da un lato, quelle da un altro; le une infilza con uno spillo, le altre brucia alla fiamma duna candela; ne stronca qualcuna e la lascia libera per vederla andar barcollando con le interiora fuor del corpo; e dei patimenti orrendi di tutte, che spia e indovina, gode, il piccolo mostro, tanto che gli scintillano gli occhi e gli fa la bava la bocca... E sai che cosa gli dicono, quando lo vedono allopera orrenda, il padre e la madre?  Che non perda a quel modo il suo tempo!  Nullaltro! Par che non pensino che noi soffriamo, perch siam piccole. Stupide bestie, che ragguagliano la piet alla grossezza della vittima! 
La mosca campagnuola stese e agit la proboscide in atto di sdegno.
 Trattano bene il cane  continu laltra  non gi per bont; ma perch  cosa loro. Vedo, in fatti, come lo trattano i loro simili fuori di casa, quando egli esce coi padroni, e io me gli metto addosso per vedere un po d mondo senza faticare con lali. Qualche ragazzo, passandogli accanto, gli fa una carezza; ma i pi, se, non veduti dai padroni, possono tirargli un sasso, o dargli una strappata alla coda o allungargli una pedata nei fianchi, tanto da farlo guaire, lo fanno, e ci si spassano. Razza maledetta! E perch, se non d noia a nessuno? Si pu essere pi malvagi e pi vili? Ma vedo ben altro nelle brevi scappate che faccio nel cortile della casa o nelle strade o per i viali vicini. Vedo bastonar furiosamente o sfruconar le piaghe dei poveri asini stracarichi, e sferrar pugni nel capo e calci nel ventre a muli e cavalli sfiniti dalla fatica; vedo impiccare lucertole, ardere formiche, trafigger rospi, lapidar gatti, appender topi per la coda ai rami degli alberi per farne bersaglio alle frecce, a suon di risa e di grida di gioia; vedo rapire uccelletti dal nido e strappar loro le prime piume a una a una, adagio adagio, per prolungarsi il piacere di vederli morire! Capisci? Il ragno ci beve il sangue, il cane e luccello cinghiottono vive; ma non godono a torturarci e a farci stentare la morte. O che ci ha nel sangue questa razza esecranda che porta una pelle morta sulla pelle viva? 
A questo punto la mosca di campagna tir indietro le antenne, si prese il capo con le zampe anteriori, e lo scosse come per dire:  Che orrore!  poi, ricongiunte le antenne a quelle dellaltra, le disse:  Continua,  bene chio sappia tutto.
 E poi, che buffoni!  riprese la mosca di casa.  Tu vedessi le smorfie e il chiasso che fanno quando trovano una di noi nel latte o nel vino, dov caduta per disgrazia! O cos tutto questo schifo che hanno delle mosche? Noi siamo pi pulite di loro. Loro si lavano il viso e le mani una volta il giorno; noi lungo il giorno facciam pulizia mille volte, e non con le zampe davanti soltanto, ma con quelle di dietro, e non ci puliamo il capo solo, non  vero? ma il petto e il dorso e le ali; e tu sai se lo facciamo bene con le nostre zampine pelose, che valgon meglio dei loro stracci e delle loro spazzole. Forse perch ci posiamo su cose infette? Ma tu non puoi immaginare le porcherie che essi adoprano a ogni uso. La padrona si dipinge i capelli con unacqua velenosa; il padrone si mette in bocca delle pallottoline che, per averne succhiata una, una volta, andai a rischio di morire. Si versano nei fazzoletti delle acque che ammorbano, puliscono i panni con un liquido che da una parte allaltra duna stanza rivolta lo stomaco, accendono il fuoco con certi pezzetti di legno che, scoppiettando, rendono laria irrespirabile. Ogni momento si spandono in casa loro dei puzzi pestiferi, che ci fanno scappare. E non ti dico del loro fiato, ch ingoiano e ricaccian fuori dalla bocca certi nuvoli di fumo scellerato da far recere le budella a passarvi dentro di volo.
 Che roba! E hanno ribrezzo di noi! Ma... almeno mangerete bene.
 Che dici? Tu non hai idea delle sudicerie velenose che son mescolate a una gran parte delle cose buone di cui costoro si nutrono, e pi a quelle che hanno i pi bei colori. Non se ne risentono essi perch sono in piccolissima quantit quei veleni in rispetto alla mole dei loro corpi; ma ce ne risentiamo noi che siam piccole. Tu non puoi sapere che cosa sono certi loro liquidi chiari come lacqua o color derba, doro e di sangue, che portan via la testa e mettono il fuoco nel ventre. E non ti puoi figurare quanti piccoli insetti repugnanti ingoiano con le frutta, coi legumi, col cacio. Ah, che schifo! E trattano noi come animali immondi!
 Comprendo ora il tuo odio per codesta razza, e lo sento anchio.
 Quella che odio di pi  la padrona, perch  quella che, freddamente, ci d la caccia pi spietata.  lei che ha introdotto in casa luso di quella polvere infame, che ci ammazza a mucchi, ed  lei che la getta con non so che orribile strumento contro i vetri delle finestre, ogni giorno, con una pertinacia feroce. Per questo io perseguito lei di preferenza. Ogni mattina, ogni sera e pi volte lungo il giorno essa singinocchia nella sua stanza, col capo basso e con le mani giunte, e io colgo quei momenti per gettarmele negli occhi e nelle nari, a tormentarla quanto pi posso. E come la sento fremere! Che sinistra femmina, che non sorride mai, e tutti cessano di ridere al vederla apparire! E ha pure la triste abitudine di tirare a uccidere le mosche sul viso degli altri, pi spesso sul viso del figliuol piccolo, qualche volta su quello della femmina del fuoco, che in quei casi versa acqua dagli occhi, e io corro a berla e me ne satollo. E con tutto questo, vedi un po! Essa ci perseguita vive, ma ci mangia morte.
  possibile?
 Tutto  possibile a questa razza. Pi duna volta ho veduto la femmina della polvere cogliere a volo una mosca, ammazzarla e cacciarla in fondo alla tazza di caff che portava poi alla padrona, e questa ha ingoiato tutto. Senza dubbio quella le mette le mosche nel caff perch sa che le piacciono.
 Abominevole femmina!
 Labominiamo tutte. Per nostra fortuna sta poco in casa. Due volte il giorno esce e sta fuori un pezzo. Io so dove va.
 Come fai a saperlo?
 Me le poso sulle spalle, quando esce, come faccio col cane, per molestarla anche di fuori. Va in una grande casa oscura, dove c sempre gente inginocchiata o seduta, che non parla, e in fondo brillano molti lumi. Entrando e uscendo, mette la mano in un vaso pien dacqua, che  accosto alla porta, e si tocca il viso e le spalle come fa in casa, quando di mette in ginocchi. Qualche volta, quando la gente  uscita, si va a inginocchiare dentro un casotto appartato, dove, attraverso un finestrino chiuso, sta a guardare per un pezzo un maschio tutto nero, chio conosco, e che siede dallaltra parte, dormendo.
 E chi  quel maschio nero?
  uno che viene spesso in casa, a sedere a tavola, e quandentra, il figliuolo piccolo e la figliuola gli premono la bocca sulla mano. Son contenta quando viene perch in quei giorni c sempre sulla tavola qualche cosa di dolce. Quando c lui, tutti quanti, prima di mangiare, si toccano con la mano la fronte e il petto come fa la padrona nella casa oscura. E mi giova che venga perch addosso a lui trovo il fatto mio meglio che sugli altri. Bevo umore a mia voglia sulla sua faccia grassa e senza peli e nelle pieghe profonde del suo grosso collo lucido e rosso. E ci ho anche il vantaggio di poterlo succhiare a mio comodo riparandomi dietro a certi occhi di veto che egli porta davanti agli altri due; onde fra noi mosche lo chiamiamo quello dei quattro occhi e facciamo a gara a ficcarci dietro a quei vetri. Oltredich ha sulla sommit del capo uno spazietto nudo e rotondo, dove, dopo il pasto, possiamo riposare tranquille.  un essere quieto e buono, che non tira a finirci: non fa che mandarci via, quando lo secchiamo troppo, con un atto lento della mano, che non ci arriva mai. Fossero tutti gli altri cos! Ma sono fior di canaglia .
Detto questo si strofin forte il capo con le zampe davanti, e il dorso e lali con quelle di dietro, e laltra fece lo stesso. Poi, riavute, ricongiunsero le antenne, e la mosca di campagna disse allamica:  Ti ringrazio. Mhai levato ogni tentazione di stabilirmi in una casa di citt. Ne so abbastanza. Partiamo.
 Non sai tutto ancora!  riprese la cittadina.
 Non tho anche detto tutte le astuzie inique a cui ricorrono per toglierci la vita. Ce n una, meno pericolosa delle altre per verit, ma che dimostra pi di tutte la perfidia degli animali ritti. Ci si mettono in due, e non so perch, sempre un maschio e una femmina. Quando una di noi sta sul petto delluno o dellaltra, si scambiano un segno, mimmagino, e con una mossa rapidissima congiungono i petti per ischiacciarla. Tentarono una volta di schiacciarmi in quel modo il padrone e la femmina del fuoco; pi volte il figliuolo grande e la femmina della polvere. Un giorno fece anche un tentativo con la figliuola un giovane che frequenta la casa, e che vi porta spesso dei mazzettini di fiori; ma la figliuola, non so perch, si tir indietro vivamente nel punto che stavano per cogliermi. Io scappai sempre in tempo. Una volta sola corsi un grave pericolo con la femmina del fuoco e uno sconosciuto che aveva un pennacchio sul capo e dei bottoni luccicanti sul petto. Mi trovavo sui petto di costui. Mi lasciai cogliere. Credetti giunto il mio ultimo momento. Per fortuna riuscii a ripararmi dentro uno dei bottoni, che era rotto e mezzo vuoto, e mi salvai la vita. Ma come saccanirono a premere per esser ben sicuri davermi disfatta! Volai via, quando si separarono, ma rimasi male per un pezzo. Si pu dare una scelleraggine pi vile? Mettersi in due per accoppare a tradimento una mosca! Ma pare nabbiano vergogna essi medesimi, perch non fanno mai quella vigliaccheria che quando non c altri presenti. Molte di noi, da principio, ne rimasero vittime. Poi provvedemmo alla difesa di comune accordo. Si convenne che quando ci troviamo in due o pi sul petto di qualcuno, e che ci sia un altro vicino, una stia sempre in guardia, e al primo segno di pericolo avverta le altre con un rapido colpo di antenna, che vuol dire: Si salvi chi pu!. In questo modo salvai dalla morte parecchie sorelle, e pi duna volta fui salvata io stessa.
  una trovata che vi fa onore. Ma non correste mai pericolo fra padrone e la padrona, che son quelli che pi vodiano?
 No: mai fra loro. Le rare volte che il padrone fa quellatto, la padrona indietreggia, rifiutando il suo concorso; ma non per piet, certamente, forse per ribrezzo di macchiarsi il petto del nostro sangue. Ma non sente ribrezzo la malnata al vedere il pavimento nero di cadaveri delle mie sorelle, uccise dalla sua polvere esecrata. Ella sorride allora, e sono le sole volte che sorride. Ah, che orribile mondo! Partiamo!
 Partiamo dunque.
 Un momento... Sento mover laria. Qualcuno savvicina.
 Sento anchio.
  lei. La vedi?
 Vedo una grandombra.
 Viene a seder qui, a prendere il fresco. Eccola seduta.
 Sento altri.
 To!  quello dei quattro occhi.
 Che le si siede accanto.
 Voglio fare alla tiranna un ultimo tiro. Vieni anche tu. Ci andiamo a posare sul suo petto, dove ha il vestito aperto, ci facciamo una provvista dumor di carne per il viaggio, e poi le lasciano un imbratto per nostra memoria.  intenta a discorrere. Non ci disturber. Vieni .
Spiccarono il volo tutte due e sandarono a posare sulla pelle nuda della signora, sotto la fontanella della gola.
 Ci sei?  domand la mosca cittadina.
 Ci sono  rispose laltra.
 Forza con la tromba! 
E si misero a succhiare tutte due.
A un tratto la mosca cittadina la tromba e dun colpo fulmineo delle antenne disse alla compagna:  Si salvi chi pu! 
E volaron via luna accanto allaltra.
 Anche loro!  disse tra s la mosca cittadina, seguitando a volare.  Ma  stata lultima volta, corpo dun ragno .
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FINE.